Timidezza e senso di colpa

Timidezza e senso di colpa

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Sinteticamente potremmo dire che il senso di colpa discende dal percepirsi come persona sbagliata in qualche modo.

Ma perché ci si sente in colpa?

Mitch Barrett – voices

Da una parte può discendere dall’idea di aver trasgredito alle regole etiche e comportamentali in uso a un gruppo di riferimento o a un dominio sociale più ampio, oppure a norme che costituiscono o assumono particolare valore per il soggetto stesso.

Per altro verso da collegare all’idea di aver avuto un comportamento scorretto, lesivo, ingiusto, o inopportuno, nei confronti di altri. In ogni caso c’è sempre un’idea svalutativa di sé stessi, definizioni del sé come soggetti inadeguati. In diverse tipologie di situazioni e comportamenti, il senso di colpa segue o prelude la vergogna. La persona timida, nel momento in cui si sente in colpa, ha già un background cognitivo centrato su tali pre-giudizi riguardanti sé stessa.  Il senso di colpa può essere sia il prodotto di un processo cognitivo che parte dall’interno e riferito a comportamenti giudicati, in primis, dal soggetto stesso, sia il risultato di un processo cognitivo indotto da terzi.  Se nel primo caso il giudizio di sé nasce, ed è indotto, da un processo esclusivamente interiore, nel secondo caso scaturisce da comportamenti strumentali che terze persone pongono in atto.  Esempi tipici di questa seconda casistica, li possiamo intravve

La commistione tra fatti, pensieri ed emozioni

La commistione tra fatti, pensieri ed emozioni

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Già Epitteto, nel primo secolo d.C., affermava che le persone sono turbate dall’interpretazione che danno alle cose, piuttosto che dalle cose stesse. Un concetto ripreso più tardi anche dall’imperatore e filosofo Marco Aurelio. Cosa contiene di così importante, questa semplice affermazione? 

Bortolossi Walter – cerchio vortice

Da una parte ci sono i fatti puri, semplici e concreti, dall’altra c’è il nostro modo di intendere quei fatti.  Noi assegniamo sensi e significati agli eventi, alle situazioni, ai comportamenti altrui e, a questi ultimi, anche le intenzioni.  Tali attribuzioni di significati, sensi e intenzioni non sono soltanto determinate dalla nostra storia individuale, dalle nostre conoscenze e dalle nostre esperienze; dipendono anche dal nostro stato del momento in termini di umore, emozioni e sentimenti. Variano da persona a persona, ma in uno stesso individuo possono cambiare da momento a momento.

Le persone che soffrono di ansia sociale tendono a trasformare le proprie sensazioni, timori, supposizioni, impressioni, emozioni, in significati e dati oggettivi della realtà esterna.  (altro…)

L’imbarazzo

L’imbarazzo

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Mentre la vergogna è un’emozione che esprime la consapevolezza della propria inadeguatezza, presunta o vera che sia, l’imbarazzo è un’emozione che significa un disagio a seguito di un proprio comportamento, attuato sotto gli occhi di altri, e considerato dal soggetto stesso come inaccettabile o inopportuno.

Enrico Baj – Adamo ed Eva

Essendo l’imbarazzo, una funzione collegata ai contesti sociali, esso si manifesta solo e soltanto alla presenza degli altri. Il comportamento può essere percepito come infrazione alle regole solo se esiste un contesto sociale in cui essa si manifesta. La funzione strutturale dell’imbarazzo, che è un’attività simpatica del sistema nervoso autonomo, è quella di segnalare una trasgressione di norme sociali, indipendentemente se queste siano reali o temute.

Le persone timide, avendo i problemi di base dell’accettazione sociale e/o della competenza, sono caratterizzati da una marcata tendenza alla focalizzazione su sé stessi, quindi dirigono spesso l’attenzione sui loro comportamenti in pubblico. 

Questa propensione auto focalizzatrice induce il soggetto timido ad assumere il preminente ruolo di giudice severo, oltre che di osservatore, dei propri comportamenti, pertanto li compara a quelle che egli ritiene siano norme sociali o pensa che gli altri le considerino tali. Giacché gli individui timidi hanno sempre la sensazione di sent

L’ansia, funzione e problematicità – 2° parte

L’ansia, funzione e problematicità – 2° parte

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Seconda Parte Alla prima parte

Un aspetto che va considerato, è che l’evoluzione sociale e tecnologica dell’uomo ha reso l’ansia un fenomeno problematico. Se in epoche primitive l’ansia, come fenomeno insito nelle specie animali, poteva rappresentare il confine tra la vita e la morte in determinate situazioni, con la formazione delle città, delle civiltà, dell’organizzazione articolata della società, con l’evoluzione tecnologica e con lo svilupparsi della complessità delle relazioni umane, l’ansia viene ad essere, per qualche verso inadeguata, per altri ancora fortemente adattativa. Tale problematicità risulta evidente proprio nelle forme di ansia sociale, in cui le paure e le intensità dell’ansia non sono giustificate dalla reale pericolosità cui si riferiscono.  L’ansia può scaturire anche da una minaccia che non costituisce un pericolo reale, ma è il risultato di valutazioni esagerate o errate prodotte dai processi cognitivi. 

Joan Miro – La finestra di avviso

In questi casi, come osserva Beck, l’esperienza dell’ansia non ha modo di essere bloccata. Ciò è quanto si verifica nelle manifestazioni delle varie forme dell’ansia sociale. 

Nella timidezza, nell’ansia da prestazione o di parlare in pubblico, nell’ansia da esame, ad esempio, il senso di vulnerabilità, le previsioni negative degli esiti e delle loro conseguenze, assumono sempre il caratter

L’ansia, funzione e problematicità – 1° parte

L’ansia, funzione e problematicità – 1° parte

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Prima Parte

Quando parliamo di sofferenze che hanno in comune la caratteristica di manifestarsi attraverso i sintomi dell’ansia fisiologica, ci riferiamo alla categoria dell’ansia sociale che acquisisce tale denominazione proprio per questa peculiarità.

Ma cos’è l’ansia? 

Joan Mirò – il lacerato

Per rispondere a questa domanda farò una breve premessa riguardante qualche aspetto neurologico. Ogni organismo è strutturato per mantenere in equilibrio (omeostasi) le proprie caratteristiche al variare delle condizioni esterne. Questa strutturazione è garantita dal sistema nervoso autonomo che si suddivide in sistema simpatico e parasimpatico. Questi due sottosistemi interagiscono tra loro in modo complementare. Il sistema simpatico costituisce una risposta “somatica” alle situazioni di stress o emergenza, quello parasimpatico -al contrario  – punta a conservare le risorse dell’organismo e a ristabilire l’omeostasi.  (altro…)

Quando la persona timida si sente sbagliata

Quando la persona timida si sente sbagliata

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Le persone timide percepiscono chiaramente la propria diversità. Ciò risulta evidente, ai loro occhi, per la non conformità dei propri comportamenti rispetto a quelli comunemente adottati dagli altri, per gli obiettivi che non riescono a raggiungere ma che altri soddisfano normalmente, per le difficoltà che provano nel relazionarsi agli altri che questi non hanno, per la diversa qualità della vita tra essi e gli altri. I timidi vedono gli altri riuscire, laddove essi si bloccano, falliscono o pongono in essere strategie di fuga o evitamento. Confrontano continuamente i risultati propri con quelli altrui.

Joan Mirò – inverted

Nel misurare queste differenze, nel constatare questi diversi livelli o frequenza di successi, queste diverse abilità nel districarsi nelle situazioni sociali, gli ansiosi sociali si convincono che in loro c’è qualcosa che non va.

Quel qualcosa che non va tende a divenire un valore assoluto, e dunque, il riferimento non è più la singola specifica situazione, il particolare contesto, quel preciso aspetto di sé, quel determinato comportamento, ma la propria persona nella sua globalità, interezza.

Maggiore è il gap percepito, più forte è la tendenza a ritenersi diversi per “costituzione”, per natura, per indole innata.  Nel momento in cui la differenza tra sé e gli altri è concepita come dato costitutivo globale della persona, l’individuo t

La paura – Seconda parte

La paura – Seconda parte

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Seconda parte alla prima parte

Essendo un fenomeno di origine cognitiva, la paura non è prodotto dall’evento in sé, ma dall’attribuzione di significato che gli viene conferito e dalla valutazione previsionale di ciò che ne può scaturire. È proprio in questo che possiamo misurare, la differenza tra un ansioso sociale e una persona normale, nell’importanza che l’individuo attribuisce all’evento, indipendentemente dalla sua natura.  Maggiore è l’importanza attribuita al significato dell’evento, maggiore è l’intensità della percezione di pericolo, maggiore è il livello di paura, maggiore è anche l’intensità dell’ansia che ne consegue.

alvador Dalì – l’eco del vuoto

Percepire un pericolo come certo o imminente implica indirizzare l’attenzione cognitiva sulle conseguenze negative delineate dall’attività previsionale. Nelle varie forme di ansia sociale in cui il fulcro della sofferenza è collegata al mondo delle relazioni con gli altri, i valori primari sono quelli dell’essere ammirati, amati, desiderabili, accettati. Pertanto, gli eventi che assumono grande importanza, nella definizione del livello di rischio, sono quelli in cui entrano in gioco il pericolo del rifiuto, dell’essere ridicolizzati, dell’andare incontro alla disapprovazione altrui, dell’insuccesso, dell’apparire sciocchi, incapaci, deboli, di produrre reazioni negative altrui.

La paura – Prima parte

La paura – Prima parte

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Prima parte

Da un punto di vista fisiologico, la paura è attivata dall’amigdala che, come sappiamo, è una struttura specializzata nelle emozioni.  L’amigdala è una sorta di archivio di memoria delle emozioni e del significato degli eventi a esse collegate, è il nucleo valutativo degli stimoli in entrata e dunque delle esperienze emotive. Ma è anche una centrale d’allarme, è come se, a ogni percezione, si chiedesse: “si tratta di qualcosa di pericoloso?”, “Nella mia memoria risulta che sia qualcosa di cui temere?”, “È qualcosa di spiacevole o che detesto?”. Se a queste domande la risposta è affermativa, l’amigdala invia l’allarme in varie direzioni nel cervello, stimola la secrezione di ormoni per innescare una reazione di difesa, attiva varie altre parti e apparati del corpo.  Ma veniamo al punto di vista che ci interessa più da vicino, quello cognitivo. 

Albrecht Durer – uomo disperato

Quando siamo sottoposti a uno stimolo, interno o esterno, materiale o immateriale, la nostra mente lo acquisisce come elemento di conoscenza, se il processo cognitivo lo valuta come fattore di rischio concreto, di pericolo al dominio personale, subentra la paura. Essendo attinente al dominio personale, il pericolo percepito è quello arrecato alla propria persona, che può essere materiale o immateriale, diretto o indiretto, fisico, economico, affettivo, eccetera. Anche se apparti

Il sentimento della perdita nella timidezza

Il sentimento della perdita nella timidezza

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Quello della perdita può essere definito come quel sentimento che esprime il rischio di trovarsi nella condizione di essere soli, esclusi, emarginati, discriminati. La perdita è, pertanto, il venir meno di un riconoscimento sociale positivo, di relazioni interpersonali più o meno stabili, di un ruolo sociale attivo e/o produttivo. Dunque, l’oggetto di tale sentimento è ciò che si perde, cioè, la faccia, l’amore, l’amicizia, il rapporto di conoscenza, il ruolo sociale.

Bocklin Arnold – the isle of the dead

Negli individui timidi, il rischio della perdita può essere collegato a uno o più ambiti del sistema di credenze che possiamo suddividere in tre indirizzi:

La definizione del sé, intesa nella sua valenza sociale e, dunque, in ragione delle abilità nelle relazioni sociali, delle capacità di far fronte efficacemente a situazioni in cui si riveste un ruolo sociale o di relazione, e in cui si può essere sottoposti a giudizi altrui, all’essere o meno amabile o meritevole di amore, all’essere o meno interessante o attraente come persona. La definizione dell’altro, nel senso della generale inclinazione alla disponibilità o meno nei confronti altrui e delle diversità, della generale propensione o meno all’accettazione, della generale tendenza al giudizio. La definizione del mondo inteso come consesso sociale con proprie regole, principi e costumi che
La timidezza e l’arrossire

La timidezza e l’arrossire

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Da un punto di vista neurologico sappiamo che questa manifestazione, che rappresenta nella cultura simbolica collettiva, la timidezza, è correlata a un aumento delle attività dell’amigdala, che è una struttura del sistema limbico, ed è deputata alla gestione delle emozioni e interagisce nei processi di comparazione tra gli stimoli che riceve e le esperienze trascorse.

Lawrence Alma Tadema – la timidezza

Secondo alcuni studiosi, la colorazione rossa, è una cortina tendente a coprire la parte del corpo più esposta alla comunicazione sociale, ma paradossalmente, produce l’effetto opposto, rendendo evidente un forte stato emotivo. L’arrossire è dunque la manifestazione fisica di uno stato emotivo che generalmente esprime una condizione di vergogna o d’imbarazzo. 

Quando si manifesta questo fenomeno, la persona timida, può vivere particolari esperienze che sono sostanzialmente classificate in tre forme: 

Il desiderio di scomparire, diventare invisibile; il timido in questa condizione si sente sprofondare, diventare un’entità infinitesimale, ridicolo, insignificante, può anche provare il sentimento dell’umiliazione. La pietrificazione, il sentirsi o l’essere bloccati, l’irrigidirsi, sensazioni che possono anche essere accompagnate da sudorazione; il soggetto timido, non sa come reagire, si sente incapace di rispondere in quella circostanz