Collegate alla timidezza, nell’auto descrizione di sé troviamo spesso due termini, autostima (ovviamente bassa) e disistima. Impulsivamente siamo portati a considerare queste due parole come sinonimi l’una dell’altra.
Eppure, una bassa autostima non costituisce, di per sé, una mancanza di stima.
L’autostima ci indica il grado di fiducia che abbiamo nella nostra persona e nelle nostre capacità e abilità. Dunque, una bassa autostima sta a indicare una scarsa fiducia nei propri mezzi e, quindi, la convinzione di avere scarse o nessuna probabilità di riuscire a fronteggiare una situazione con efficacia.
La disistima ci conduce a un livello più grave rispetto alla mancanza di fiducia in sé. Essa esprime un giudizio sulla propria persona e sulle personali prerogative qualitative.
Dunque, mentre l’autostima è una valutazione di capacità, la disistima è un giudizio di valore sulla persona nella sua interezza.
Quando una persona timida giunge a provare disistima verso sé stessa, ha già consumato l’esperienza dell’avere poca autostima.
Sembrerebbe che si passa dallo sconforto nel non percepirsi adeguati, alla rabbia di non esserlo e alla non accettazione di sé.
La disistima potrebbe anche essere un indicatore del grado o livello di timidezza raggiunto, infatti, nei livelli non particolarmente accentuati, difficilmente il soggetto timido prova un sentimento di non stima verso sé stesso.
Probabilmente, la disistima potrebbe anche essere considerato come quel confine che separa una condizione di timidezza rientrante nella normalità, da quella che può, invece, essere considerata l’inizio di una forma patologica di ansia sociale.

In realtà, il confine tra normalità e patologia è molto labile e incerto e i fattori che entrano in gioco sono diversi e vanno considerate come variabili interagenti.
In sintesi, nella timidezza esiste un continuum sequenziale, e direi un processo gerarchico di trasformazione, per cui si passa da uno stato elaborativo di valutazione dei livelli di qualità delle prerogative personali, ad uno stato emittente una valutazione giudicante del sé.
Nel momento in cui i processi di valutazione mentale giungono nella fase giudicante, può cominciare anche un processo di valutazione che conduce al rifiuto del proprio essere, della propria identità così come è riconoscibile attraverso i tratti abitudinari che delineano i tratti caratteriali della persona.
Ma le implicazioni della disistima vanno oltre il rifiuto verso una identità caratteriale, esse si spingono in direzione di un rifiuto del sé in quanto persona, e cioè, un rigetto globale di sé.
Ecco, dunque che da frasi come “non ce la farò mai”; “non ne sono capace”; “non ci so fare”; “sono una persona imbranata”, si passa a frasi del tipo “mi faccio schifo”; “sono una nullità assoluta”; “mi faccio proprio pena”; “non merito nulla”.
Per certi versi potremmo anche considerare la disistima come quel fattore che ci indica il passaggio da una fase di sofferenza e rammarico ad una fase di rabbia o di odio auto diretti.
Con l’accumularsi degli insuccessi nella storia delle esperienze di vita, la persona timida va convincendosi sempre di più della validità delle credenze negative che ha su di sé, oppure che le percezioni negative che ha di sé coincidono con la verità dei fatti, corrispondono alla realtà delle cose.
Giacché nel rafforzamento delle credenze disfunzionali sul sé si consuma anche l’evidenza della discrepanza tra l’idea del sé desiderato o ideale e il sé considerato reale, subentra la non accettazione di sé stessi. Non si è come si vorrebbe essere, e spesso, in queste considerazioni, si notifica anche che non si è come si dovrebbe essere: si fondono i concetti di desiderio e dovere.
In pratica quel sé negativo appare ed è considerato in contrasto non solo rispetto alle proprie aspirazioni, ma anche rispetto a quei canoni sociali generali che sono considerati fondamentali per poter avvertire senso di appartenenza reale ed essere concretamente appartenente.
Il giudizio negativo di sé va intenso anche in direzione dell’identità dell’io sociale: la persona timida non si accetta perché non si considera, o si percepisce, accettabile dagli altri.












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